La Parrocchia

La Parrocchia Beata Maria Vergine del Rosario, eretta nel giugno del 1966 con l’allora parroco don Giuseppe Tantaro, raccoglie circa 5500 abitanti della zona est della cittadina di Apricena.

Un po’ di Storia

Chiesa Parrocchiale Beata Maria Vergine del Rosario

chiesarosarioLa prima pietra per la costruzione della chiesa Maria SS. del Rosario così come oggi la conosciamo, fu posta il 28 maggio 1914, con il parroco vigente Don Giovanni Traino.
Nel medesimo luogo, prima del 1627, sorgeva il Convento dei Padri Predicatori di San Domenico, il cui Tempio era dedicato alla SS. Trinità.
Questa Chiesa, che era consacrata alla Vergine, aveva una sola navata coperta di tettoia senza soffitto, un unico altare di pietra, addossato al muro e sopra un gran quadro della Madonna con i quindici misteri dipinti intorno (perciò tutta la zona era  chiamata “Rione del Rosario”) e un campanile. La Chiesa venne gravemente danneggiata dal terremoto del 1627, senza un tetto e con il lato dell’altare, dove era appeso un grande quadro raffigurante la Vergine del Rosario, ancora in piedi. il campanile venne completamente raso al suolo.
I Padri Ligurini, nel 1846, in ricordo delle loro missioni, eressero, intorno alla chiesa, cinque grandi croci di legno su pilastri di pietra.
La Congregazione del SS. Rosario decise poi di erigere sullo stesso luogo una nuova Chiesa più ampia e più rispondente alle esigenze del vasto rione, che si era andato sviluppando e anche perché si era soliti nel mese di settembre portare in processione la Vergine dalla Chiesa di S. Antonio alla chiesa quasi distrutta del rione del Rosario. Dopo più di sessant’anni il 21  aprile   del 1914 iniziarono i lavori di demolizione delle parti pericolanti e il 28 maggio dello stesso anno venne posta la prima pietra. Per molti anni , aperta unicamente per qualche occasione, rimase sempre chiusa. Con l’ordinazione sacerdotale di don Giuseppe TANTARO, nella fredda ed umida chiesa, iniziarono le svariate funzioni.

Nel corso degli anni molti sono stati gli interventi effettuati, spostamento dell’apertura della porta della sacrestia da via Cairoli, dove si accedeva con un ripida scala in pietra di Apricena, alla via Buozzi,  la costruzione dell’oratorio S. Domenico Savio, le sale Parrocchiali,  le campane che sostituirono completamente la piccola campana  quasi sorda, rifacimento della facciata e dei muri esterni e manutenzione degli interni.

 

Rettoria Santa Maria delle Grazie

6201001_origLa storia della rettoria è strettamente legata a quella dell’annesso convento.

Nel 1583, ad istanza ed a spese del Comune  e dei benefattori, sorse il Convento dei Padri Cappuccini, sulla via che mena a San Marco in Lamis, a pochi passi dal paese, in un sito ameno, dominante, per lungo tratto, le campagne all’intorno.
A tre anni dalla fondazione del Convento,il tempio venne consacrato e messo dapprima sotto il patrocinio dell’Immacolata Concezione e successivamente sotto quello di Santa Maria delle Grazie.
L’edificio comprendeva più di venti vani: uno sotterraneo, sei al pianterreno e tredici al piano superiore.
Crollato in parte per il terribile terremoto del 1627, i monaci lo abbandonarono, ritornandovi quando fu riedificato.
Chiuso per la legge del 1811, fu riaperto nel 1815 ed occupato da numerosa Comunità, tanto che, nel 1822, il Padre Giuseppe Maria da Ischitella, lettore e guardiano del Convento, chiese all’Amministrazione Comunale di continuare a corrispondere ai frati quel sussidio caritativo.
Definitivamente soppresso nel 1867, il Convento fu ceduto dal Governo al Comune come bene demaniale.
Sarebbe rimasto chiuso per sempre se qualche laico non fosse venuto, di tanto in tanto, a tenere aperta la Chiesa al culto.
Partiti i frati, il Convento fu considerato, non solo come un cespite da sfruttare, ma anche come il mezzo adatto a poter risolvere tutti i problemi cittadini, come se la vita di una istituzione si limitasse al possesso o meno di un determinato numero di locali.
Così, nel 1876, il convento fu proposto quale sede del Carcere Mandamentale, e, restaurato alla fine del 1880, fu dato in fitto all’Amministrazione delle Gabelle, come sede della Luogotenenza delle Guardie Doganali.
Nel 1895 si fecero voti alla provincia perché fossero in esso ricoverati i “folli innocui” e nel 1896 fu destinato al ricovero di individui colpiti da malattie infettive.
Nel 1909, dato l’estendersi dell’epidemia colerica proveniente dalla Russia, il convento fu trasformato in posto di isolamento, per la sua ubicazione e la sua ampiezza.
Locale di isolamento a seguito delle voci allarmanti sul colera nel 1911, poi lazzaretto, quando la nostra terra rimase vittima, ancora una volta, del fatale morbo.
Le celle, messe fra loro in comunicazione, le finestre, allargate in balconi, perdettero l’ultima impronta monastica.
Successivamente, nei locali del convento, trovarono posto, a seconda delle necessità: le truppe di passaggio o di breve stanza, i pirotecnici per preparare fuochi d’artificio durante le feste, le commissioni per le requisizioni di animali da parte dell’Esercito, i consigli di leva, gli operai addetti alla marinatura delle anguille, le famiglie senza tetto (che distrussero tutto quello che era rimasto di legno infisso nei muri, nonché la suppellettile della sagrestia e parte di quella dell’organo della Chiesa), ed infine i primi nuclei del M.V.S.N..
Sull’architrave della vecchia porta, era murata una lapide di pietra dolce (dall’inscrizione indecifrabile) rosa dal tempo e coperta d’intonaco.
Il chiostro aveva nel mezzo una inesauribile piscina, sul cui arco tufaceo troneggiava il braccio di Cristo e quello di San Francesco disposti come in tutti gli stemmi francescani, e sormontati da una croce.
Il refettorio aveva lungo le pareti istoriate la fuga in Egitto e la Cena e, di fronte all’ingresso, episodi biblici e ritratti di confratelli dell’Ordine.
A metà degli stipiti della porta della Chiesa erano scolpite in rilievo due piccole croci.
Sull’architrave era praticata una lunetta, al di sopra una finestra e in cima alla cornice della facciata, il solito archetto di fabbrica con la piccola campana.
Sul sagrato, una croce di ferro ricordava le sacre missioni tenute dai Padri della Missione Imperiale nel 1929.
Nella chiesa trovava posto, addossato alla parete e sovrastante l’altare maggiore, il grande quadro della Madonna delle Grazie, fiancheggiato da altre due tele (sugli architravi degli usci che menavano la retrostante sagrestia) rappresentanti San Nicola di Bari e l’Immacolata Concezione.
Facevano corona al fabbricato, dalla parte di levate e di mezzogiorno, per l’estensione di oltre un ettaro, una vigna e un orto; ad essi si accedeva, dall’interno, mediante una porta al pian terreno e, dall’esterno un’altra che faceva angolo con l’ingresso.
Il tutto era circondato da un alto muro di cinta, nel cui lato prospiciente il nord erano incastrati due sottani. Il più piccolo fu concesso dal comune ai macellai, con l’uso dell’acqua della cisterna, come scannatoio, sino alla costruzione del Macello Pubblico.
Nel 1920 la vigna e l’orto vennero trasformati nella Villa Comunale, ed i sottani affaccianti al sud, adibiti ad aule provvisorie per tre classi della scuola elementare.
Due anni dopo, su richiesta, la Chiesa venne affidata al Canonico Vincenzo Formica per la custodia e il culto.
Si deve al Conte Casto Sanniti di Calvi Risolta, Commissario Prefettizio prima e poi Podestà di Apricena, se il caseggiato del Convento, quasi caduto nell’oblio e prossimo a diventare un cumulo di macerie, venne tratto a nuova vita.
Egli pensò di riunire quivi le opere pie operanti nel paese e di raccogliervi i cittadini poveri ricoverati altrove, spese notevoli somme che seppe chiedere alla pietà degli appaltatori delle opere pubbliche del luogo, alla popolazione civile ed in minima parte al bilancio comunale, e riuscì nell’intento.
Nel 1939 vi installò pure l’asilo infantile per quanto possibile rispondente alle norme igieniche e didattiche volute.
Lo scoppio delle mine, che, per opera dei tedeschi in ritirata, fecero saltare la S.A.M.A. nella notte tra il 27 e il 28 settembre del 1943, inferse un terribile colpo alle mura del vecchio Convento, rendendolo inabitabile.
Riattato l’edificio a spese del Comune, ripresero a funzionare in esso l’Asilo infantile, l’Ospizio di mendicità e gli ambulatori dell’Opera Maternità ed Infanzia; la Chiesa, rimasta chiusa al culto, venne riaperta alcuni anni dopo, restando l’unica parte dell’ormai ex convento (i cui locali sono stati attualmente affidati a varie associazioni locali dal Comune, proprietario della struttura ad eccezione della chiesa) a svolgere la sua funzione originale diventando quindi, a seguito dell’erezione della Parrocchia, Rettoria della Parrocchia Beata Maria Vergine del Rosario.